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Il racconto Giallo Nero: “Doppio gioco” di Diego Collaveri

 

racconto

 

La pungente brezza della notte sbatté sulle guance accaldate dell’ispettore, non appena uscì fuori del locale. Con ancora il sapore di birra sulle labbra imboccò il viale deserto che lo conduceva verso casa.

I residui di fumo stagnante, che gli erano rimasti sui vestiti, si dissolsero velocemente nel buio.

Le ombre degli alberi spogli si allungavano sul tappeto di foglie secche che ricopriva la strada, vigilando il suo incedere sicuro. Lo scricchiolio dei suoi passi sembrava venir inghiottito dal silenzio intorno, che come un manto avvolgeva la città dormiente.

Quetti si fermò per accendere una sigaretta. Al violento incendiarsi del cerino il suo volto abbattuto si rivelò per un istante alla pallida luna, che quieta sembrava osservarlo. Aspirò avidamente il fumo per poi soffiarlo via in un profondo sospiro, facendo salire lentamente il suo alito caldo verso il cielo.

Un groviglio di pensieri contrastanti gli si contorcevano nello stomaco. Risolvere quel caso non aveva dato pace al suo spiccato sesto senso che, ora più che mai, sembrava agitarsi nel profondo dell’anima.

Quetti riprese a camminare verso casa tentando di scrollarsi via i dubbi, abbandonandoli nella scia di fumo che gli usciva dalla bocca e, a tratti, ne avvolgeva la faccia.

Mesi prima il vecchio collega Marchiori, ora capitano, l’aveva reclutato per un’elitaria sezione investigativa, in sostituzione di un collega ucciso nel corso di un’indagine.

Quetti stimava molto Marchiori.

Il capitano era stato il suo primo partner dopo l’accademia e da lui aveva appreso i segreti del mestiere. Quell’uomo aveva trasformato uno spaventato novellino pieno di passione nel poliziotto che era oggi e per questo si sarebbe sempre sentito in debito con lui.

Il rumore dei passi divenne più sordo, una volta che le foglie sul viale alberato svanirono lungo il marciapiede.

Quetti imboccò un vicolo angusto, incuneandosi nelle viscere della città.

Al fioco vigore dei lampioni, che si alternavano in quelle strette mura, la sua figura sembrava dissolversi nel nulla per poi riemergere dall’oscurità, illuminata da una luce sbiadita.

Aveva accettato di buon grado l’invito di Marchiori, vista la profonda stima che riponeva nella sua professionalità e pensando di ritrovare lo stampo del vecchio mentore nella squadra, ma non era andata così. La rapida risoluzione dei casi, a cui tanto risalto dava la stampa, l’aveva messo sulle difensive, anche se non aveva mai riscontrato niente che potesse generare il minimo dubbio sulle procedure seguite dagli agenti. Eppure quella sensazione alla base del collo, quel formicolio strano riflesso del suo sesto senso sempre in guardia, proprio non voleva abbandonarlo. Il suo atteggiamento sospettoso aveva generato attriti coi colleghi, in particolare con due. Spalloni e Ricci erano gli unici membri della squadra che aveva già sentito nominare, in quanto avevano lavorato allo stesso caso in cui era morto il poliziotto che andava a sostituire e di cui aveva letto l’incartamento.

La diffidenza e l’atteggiamento burbero gli erano anche costati una sospensione durante l’ultimo caso.

Marchiori, da amico, aveva preferito allontanarlo per qualche giorno, dandogli l’occasione di staccare un po’ la spina per vedere le cose con più “lucidità”. Quetti non l’aveva presa bene e non si era peritato a manifestarlo al vecchio mentore, ma quando Marchiori, al momento di reintegrarlo, gli aveva motivato a quel modo la sua scelta, restituendogli arma e distintivo, non poté che essere d’accordo.

L’atteggiamento del capo era risultato ancora più valido quando poche ore più tardi, alla luce di nuovi indizi venuti fuori durante la sua assenza, l’ispettore era riuscito a risolvere finalmente il caso.

Una birra annacquata nel solito bar era il modo di Quetti di festeggiare l’ennesima vittoria, anche se stavolta non c’era la stessa rilassata sensazione ad accompagnarlo.

D’un tratto sentì un brivido corrergli lungo la schiena e il secco scattare del cane di una pistola che si armava inchiodò i suoi passi all’asfalto umido.

Quetti sorrise senza voltarsi. «Sarei un bugiardo se dicessi che non me l’aspettavo».

«Dovevi startene buono» rispose una figura nascosta nell’ombra.

«Colpa del mio istinto» rispose Quetti sotto tiro. «C’era qualcosa che continuava a non tornarmi, ma non riuscivo a capire» frugò in tasca ed estrasse una sigaretta. «Compresa la morte di quel poliziotto» dette fuoco a un cerino per poi aspirar avidamente il fumo. «Così mi sono messo a riesaminare tutti i vari casi “brillantemente” risolti, ma non ho trovato niente. C’è voluto parecchio per rendermi conto che era proprio quel “niente” l’indizio principale, quel qualcosa che stonava. Tutto era così lineare e chiaro da non far sorgere alcuna domanda, come se quei casi fossero stati studiati a tavolino. Nessun dubbio, nessuna possibilità di mettere in discussione l’operato della squadra. Omicidi efferati risolti con estrema professionalità e con tempistiche impressionanti. Risultati così rilevanti, enfatizzati su tutti i giornali per cavalcare l’onda del successo».

«Tu non puoi capire» sussurrò l’uomo stringendo l’arma con rabbia.

«È vero, non capisco e mi dispiace. Mi dispiace che tu possa aver pensato che me ne sarei stato zitto divenendo complice di tutto questo… E mi dispiace che tu mi abbia sottovalutato al punto di credere che non avrei scoperto il vostro gioco» rispose Quetti prima di voltarsi verso l’uomo e soffiar una boccata di fumo. «Ma che ti è successo, Marchiori?»

 

(continua su Cronaca Vera n.2118, in edicola martedì 2 aprile. Inviate i vostri racconti a cronacavera@kqnet.it)

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